Quando essere vecchi significava saggezza
Umberto Galimberti /
La Repubblica
29.2.2008
La vecchiaia non è solo un destino biologico, ma anche storico-culturale. Quando il tempo era ciclico e ogni anno il ritmo delle stagioni ripeteva se stesso, chi aveva visto di più sapeva di più. Per questo "conoscere è ricordare", come annota Platone nel Menone, e il vecchio nell'accumulo del suo ricordo, era ricco di conoscenza. Oggi con la concezione progressiva del tempo, non più ciclico nella sua ripetizione, ma freccia scagliata in un futuro senza meta, la vecchiaia non è più deposito di sapere, ma ritardo, inadeguatezza, ansia per le novità che non si riescono più a controllare nella loro successione rapida e assillante. Per questo Max Weber già nel 1919 annotava:" A differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, oggi gli uomini non muoiono più sazi della loro vita, ma semplicemente stanchi".
Per questo la
vecchiaia è dura da vivere, non solo per il decadimento biologico e il
condizionamento storico-culturale, ma anche per una serie di destrutturazioni
che qui proviamo ad elencare.
La prima è tra l'Io e il proprio corpo: non più veicolo per essere al mondo, ma ostacolo da superare per continuare a essere al mondo, per cui a far senso non è più il mondo, ma il corpo che la vecchiaia trasforma da soggetto di intenzioni a oggetto di attenzioni. Siccome poi nessuno riesce a identificarsi con un vecchio, anzi tutti si difendono spasmodicamente da questa identificazione, si crea quella seconda destrutturazione tra l'Io e il mondo circostante che impoverisce le relazioni e rende convenzionale e perciò falsa l'affettività. Nel vecchio infatti, l'amore, che Freud ha indicato come antitesi alla morte, non si estingue. E con "amore" qui intendo eros e sessualità, di cui c'è memoria, ricordo e rimpianto. I vecchi cessano di essere riconosciuti come soggetti erotici e questo misconoscimento è la terza destrutturazione che separa l' Io dalla pulsione d'amore .
Nel suo disperato tentativo di opporsi alla legge di natura, che vuole l'inesorabile declino degli individui, chi non accetta la vecchiaia è costretto a stare continuamente all'erta per cogliere i giorno in giorno il minimo segno di declino. Ipocondria, ossessività, ansia e depressione diventano le malefiche compagne di viaggio dei suoi giorni mentre suoi feticci diventano la bilancia, la dieta, la palestra, la profumeria, lo specchio.
Eppure nel Levitico (19,32) leggiamo :"Onora la faccia del vecchio" perchÈ se la vecchiaia non mostra più la sua vulnerabilità, dove reperire le ragioni della pietas, l'esigenza di sincerità, la richiesta di risposte sulle quali poggia la coesione sociale? La faccia del vecchio è un bene per il gruppo e perciò Hillmann può scrivere che, per il bene dell'umanità, "bisognerebbe proibire la chirurgia cosmetica e considerare il lifting un crimine contro l'umanità" perchÈ oltre a privare il gruppo della faccia del vecchio, finisce per dar corda a quel mito della giovinezza che visualizza la vecchiaia come anticamera della morte.
A sostegno del mito della giovinezza ci sono due idee malate che regolano la cultura occidentale, rendendo l'età avanzata più spaventosa di quello che è : il primato del fattore biologico e del fattore economico che, gettando sullo sfondo tutti gli altri valori, connettono la vecchiaia all'inutilità e l'inutilità all'attesa della morte. Eppure non è da poco il danno che si produce quando le facce che invecchiano hanno scarsa visibilità, quando esposte alla pubblica vista sono soltanto facce depilate, truccate e rese telegeniche per garantire un prodotto, sia esso mercantile e politico perchÈ anche la politica oggi vuole la sua telegenica. La faccia del vecchio è un atto di verità mentre la maschera dietro cui si nasconde un volto trattato con la chirurgia è una falsificazione che lascia trasparire l'insicurezza di chi non ha il coraggio di esporsi con la propria faccia.
Se smascheriamo il
mito della giovinezza e curiamo le idee malate che la nostra cultura ha diffuso
sulla vecchiaia potremmo scorgere in essa due virtù: quella del "carattere" e
quella dell"amore". La prima ce la segnala Hillmann ne
La forza del carattere (Adelphi):"Invecchiando io rivelo il mio carattere, non la mia morte",
dove per carattere devo pensare a ciò che ha plasmato la mia faccia, che si
chiama "faccia" perchÈ la "faccio" proprio io, con le abitudini contratte nella
vita, le amicizie che ho frequentato, la peculiarità che mi sono dato, le
amibizioni che ho inseguito, gli amori che ho incontrato e che ho sognato, i
figli che ho generato.
E poi l'amore che, come ci ricorda Manlio Sgalambro nel Trattato dell'età (Adelphi) non cerca ripari, non si rifugia nella "giovinezza interiore" che è un luogo notoriamente malfamato, ma si rivolge alla "sacra carne del vecchio" che contrappone a quella del giovane, mera res extensa buona per la riproduzione. "L'eros scaturisce da ciò che sei, amico, non dalle fattezze del tuo corpo, scaturisce dalla tua età che, non avendo più scopi, può capire finalmente cos'è l'amore fine a se stesso". Una sessualità totale succede alla sessualità genitale. Qui si annida il segreto dell'età, dove lo spirito della vita guizza dentro come una folgore, lasciando muta la giovinezza, incapace di capire.
Forse il carattere e l'amore hanno bisogno di quegli anni in più che la lunga durata della vita oggi ci concede per vedere quello che le generazioni che ci hanno preceduto, fatte alcune eccezioni, non hanno potuto vedere e precisamente quello che uno è al di là di quello che fa, al di là di quello che tenta di apparire, al di là di quei contatti d'amore che la giovinezza brucia, senza conoscere.
Illustrazioni:
COSIMO IL
VECCHIO, il banchiere Cosimo de' Medici, nonno di Lorenzo, qui in un ritratto
di Pontormo (1518), fu il primo signore di fatto di Firenze, nel XV secolo.
Morì a Careggi nel 1464.
A cura di Elena Rondi
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